Premiati XIV° ed. – Sezione Prosa

1° PREMIO: “Madre” – Carla Cipriani
Rallento la mia corsa nelle tue attese, mamma, mentre il tempo solca il tuo viso. Dove vanno i tuoi pensieri, ora che il tuo cielo fatica anche ad aspettare il sole e non cerca più poesia nella Luna?
Il tuo corpo è appesantito dalla Terra, ma ha paura della leggerezza delle nuvole.
La tua carne è tra le mie mani. I polpastrelli seguono le tue rughe, sollevano piano le pieghe della tua pelle che sembrano crepe di muri aridi e fragili che cerco di far respirare, mentre l’acqua scorre come un rito salvifico.
Ti asciugo, mamma, contemplando quel gesto sacro nei tuoi occhi che ringraziano.
Appoggio la testa sul tuo ventre.
I nostri sono dialoghi più intimi adesso, ascolto storie che non racconti più perché le tue parole sono stanche e i silenzi si riempiono di verità.
Dipingo quadri nel vuoto con gli istanti che voglio cristallizzare, compongo melodie con i tuoi deboli lamenti e inspiro le essenze profumate dei tuoi odori.
La crema bianca accompagna le mie carezze, mentre lenisce il tuo dolore e, in quel cenno di sorriso e di sollievo, mi sembra di allattarti come una bambina.
Addormentati e lascia che ti culli, mamma, mille volte ancora.
2° PREMIO: “Alberi” – Lucio Zinni
Il vecchio affonda la vanga nella terra. Il sole è basso, il vento porta odore di polvere e di fumo, ma anche il sordo rimbombare di colpi dalle colline.
Si intuisce lì intorno odore di rosmarino selvatico, cenere fredda, ferro bruciato e sterco secco.
Il ragazzo osserva in silenzio, le mani in tasca, gli stivali affondati nella terra smossa.
— Cosa pianti?
L’uomo non risponde.
Spinge la lama, volta la terra. Poi si gira:
— Alberi.
— Quando saranno cresciuti, tu sarai morto.
L’uomo si raddrizza, si asciuga la fronte. Guarda le colline segnate dal fuoco.
— Da bambino trovai alberi che altri avevano piantato. Accolsero tra foglie e ombre i nostri giochi, speranze, paure.
Il ragazzo accende una sigaretta offrendone all’uomo. Il garbato rifiuto è un gesto del mento.
— E quindi?
— Quindi pianto anch’io.
— Ma non verrà più nessuno.
— Perché?
— È finita. Questa guerra non consentirà nuove generazioni.
L’uomo si volta verso i bagliori tra le colline che non sono tramonto: colonne di fuoco che si alzano nel buio, luce bianca come di ossa e cieca a privare la terra di ogni sale.
— Pianto lo stesso.
Il ragazzo espira fumo.
— Per chi, dunque?
L’uomo infila la vanga nella terra.
— In memoria.
3° PREMIO EX AEQUO: “Il Giardino delle Cose Perse” – Mariangela Picucci
Eloisa, con la sua malinconia gentile e gli occhi come un cielo al tramonto, spesso camminava in un luogo che solo lei poteva percepire. Era un giardino intessuto di memorie e silenzi, dove dimoravano tutte le cose che aveva perso. Ci andava al calar della sera, per riannodare fili spezzati dal tempo, trasformandoli in un balsamo lenitivo. Per lei era un rifugio fragile, illuminato da una luce tenue da non essere né alba né crepuscolo. Lì, tra fili d’erba quasi impalpabili, incontrava le essenze di chi aveva amato: sorrisi interrotti, promesse sussurrate, sogni d’infanzia sbiaditi. Talvolta, una farfalla di pura nostalgia si posava su un fiore che sbocciava solo per lei: il ricordo di un pomeriggio di pioggia, la risata di un’amica ormai lontana, il calore di una mano che non stringeva più. In quel giardino, non sentiva amarezza ma una quieta accettazione. Le sue lacrime, rugiada che nutriva quella terra, permettevano a nuovi ricordi di germogliare. Quando tornava portava con sé, un monito gentile: ciò che aveva amato continuava a vivere, trasformato, in una dimensione che solo il suo cuore poteva percepire. A volte, nel leggero fruscio delle foglie, poteva sentire un richiamo silenzioso: nulla era mai veramente perso, solo custodito in un altrove segreto, in attesa di essere ritrovato.
3° PREMIO EX AEQUO: “L’eco delle campane” – Federico Giagnorio
La strada era casa mia. Una casa orfana di calore e carezze.
Arrivò in silenzio, col volto segnato, occhi che raccontavano mille vite, mani fatte di carezze leggere e sguardi che placavano tempeste.
Mi diede una casa senza muri, un amore senza catene. Mi regalò un nome.
Eravamo soli, insieme, in una danza muta che parlava al cuore.
Quel giorno il silenzio invase la casa: il mondo perse il suo calore.
Gli restai accanto finché le mani, un tempo calde, divennero quiete e io persi ogni direzione.
Conobbi la malinconia del rintocco funebre, lo seguii fino al luogo dove gli uomini lasciano le lacrime.
Mi ritrovai solo, con un nome che nessuno più pronunciava.
Vagavo senza meta.
Quando riecheggiavano le campane, era come se tutto ciò che avevo perso tornasse, per un istante.
Annusavo l’aria per cercare il suo odore tra lacrime estranee, finché trovai la strada verso casa, dove lui aspettava, adagiato sotto il manto.
Poggiai le zampe sul marmo freddo, vicino abbastanza da non doverlo più cercare.
E chiusi gli occhi.
L’odore dei fiori appassiti furono le mie carezze.
Trovai la pace.
Avevo attraversato la vita per ritrovarlo nell’eternità, con le campane che adesso cantavano solo per noi.
Menzione speciale
• “Un attimo nel silenzio della notte” – Michele Stefania
Anticipai l’autunno nel soffio sottile di un vento caldo estivo, quando i pensieri riecheggiano nel canto delle cicale, quando è troppo tardi per sussurrare parole dolci e troppo presto per pronunciarle con fermezza.
Il lampione curvo sembrava affacciarsi ogni notte alla finestra, ricordandomi con dolcezza che in fondo stavo solo attendendo la luce del giorno.
Come stai?
Avrei potuto domandarle solo questo e invece, mentre sedevo alla nostra finestra, vidi la sua figura allontanarsi dal lampione verso il silenzio della notte.
Chiusi gli occhi.
Era troppo presto per urlare amore eterno e troppo tardi per cercarlo altrove. Pensai spesso a quella notte, anticipando l’autunno, con il tempo che offuscava il nitido ricordo.
Una notte, il canto delle cicale ritmava il battito del tempo e una vecchia figura si avvicinò al lampione. Mi strofinai gli occhi e lei sorrise. Avevamo di nuovo trent’anni e una vita intera per sussurrarci amore eterno, attendendo la luce del giorno.
Riaprii gli occhi.
Era passato solo un attimo e la sua figura stava ancora allontanandosi dal lampione.
Urlai!
Perché non è mai troppo presto, mai troppo tardi per lasciarsi abbandonare nel silenzio della notte.
• “Ritorni” – Anna Costanza Russo
Era agosto e ancora una volta aveva varcato il casello dell’autostrada.
La mano toccava il rosario e accennava un segno di croce, come le aveva insegnato sua nonna. Quel gesto la riconnetteva alle sue radici, più che alla devozione.
Verso casa, la musica, i suoi pensieri e i suoi rimpianti le facevano compagnia, insieme ai sacrifici, ai sogni e alla vita che stava realizzando. Ogni viaggio portava con sé una valigia di colori: il giallo del tramonto, il rosa dell’alba, il bianco degli abbracci, il viola del rimpianto e il blu della malinconia.
A vent’anni, la malinconia aveva le sfumature della rivalsa, a trenta la consapevolezza di avere le viscere nella sua terra, e il resto del corpo nel luogo dove stava diventando adulta.
I chilometri scorrevano, la playlist era finita e le pale eoliche comparivano. Il casello alle spalle, i campi dorati e i muretti a secco ai lati scioglievano le tensioni.
Al paese, tutto era al suo posto: la buca sull’asfalto, la tenda sdrucita su un balcone, le insegne dei negozi.
In un mondo in continuo cambiamento, sapere che lì nulla cambiava, le dava serenità. Un colpo di clacson, finalmente il portone di casa, e quell’abbraccio tanto atteso.

