Premiati XV° ed. – Sezione Poesia

1° PREMIO: “La tua e la mia poesia” – Carla Cipriani
Se potessi
un foglio bianco stenderei sulla nuda terra
e il tuo nudo corpo ivi adagerei
come una coperta ricamata su un antico lenzuolo di lino
E il bianco foglio si riempirebbe di versi
Le tue carni portano rime in superficie
e la pelle le racconta alle orecchie del vento
coi fremiti senza saggezza
delle mie dita che la carezzano
Liriche leggo tra le tue vene
che pettinano le braccia e custodiscono i suoni del sangue
Solenni sillabe danzano sui profili del tuo volto in leggiadra altisonanza
Odi ancestrali dei tuoi occhi sono componimento
come gocce di inchiostro poggiate sul fiammeo orizzonte
Il tuo ventre è uno scrigno di sillogi
Rimboccate tra i veli della mia anima
le mie emozioni raccolgono appunti senza sosta
in un crepitio di fuoco che nutre la sua stessa fiamma
allora ne faccio d’ogni battito un cantico
li scrivo nei solchi delle tue mani
lascio sonetti lungo il tuo collo coi miei flebili aliti
la mia penna partorisce carmi tra le tue gambe
Allora sulla vetta del mondo salirei
saggiando la roccia a poco a poco fino alla cima
lontana dall’eco della valle
sentendo il mio passo risuonare tra crepuscoli e aurore
per restituire all’eternità del cielo
quest’inno d’amore che chiede benedizione
Per consegnare alla Luna
la tua e la mia poesia
2° PREMIO: “Ma’ si pu’,archele” – Ferdinando Giammarini
E chi li se si su a lu paradèse
nu ggiurnalère, tra li tande carte,
li te’ chilu giurnèle ca ugne mése
tu ti liggije e pu’ mittije da parte?
E chi li se si assisù si tròve
᾽na spianatóre pi fè li scrippélle,
nu stinnamasse pi la pašte all’òve,
ddu pummadòre pi la ciaudélle?
Li furne ci štarrè di quille bbune
chi còce sopr’e ssótte huèla huèle
manucce, li miscutte e li fiadune
e la cruštète di fìquere u di méle?
Li firre pi la maje e lu tilère?
Lu fèle, l’èche e pure l’achicélle?
᾽Na mandillène si lu vénde fère?
Nni vve’ pure assisù ddu bangarélle?
Si ciò chi sérve próprije nn’è lu mije,
archèle, a ma’, ca hunète li truvame.
Ti pije tutte cose e ci vasciame
e ti n’arsije su, ᾽ngandóne a Dije.
3° PREMIO: “Il grido di una nuvola” – Maria Assunta Oddi
Bianca e ammaliante ha nascosto
il cielo alla terra indifferente allo sguardo
desideroso di vagare nell’azzurro in cerca
di voli tra bagagli smarriti nel tempo dei sogni.
Bellissima la guardo assorta
a trattenere il fiato nello stupore.
In un viaggio senza ritorno s’avvia
indolente verso l’orizzonte effimera
come una foglia al vento d’autunno.
Non conosce il suo e il mio fugace destino.
Nel gioco beffardo del nulla l’incantesimo
si sfalda col pianto della pioggia
sul cuore mio inquieto fin dove
un’eco incede a rovistare i sensi.
Cadenzato di malinconia nel ticchettio
delle dita sul tamburello dell’aria
disfatta ogni altro suono tace.
All’improvviso il suo grido di tuono
si fa umano nel silenzio ineffabile
invisibile indicibile dell’anima mia.
PREMIO “RADICI E TERRITORIO”
“Dove il mio cuore riposa” – Mario Rolando Mangiocavallo
Quella chiave della memoria
che riapre il sipario delle ore e
riconosce le strade smarrite
dei miei luoghi natii in me narrati
su lembi di muri sonnolenti ove
l’agonia delle crepe balza ai
miei occhi incontro al verde degli anni,
dall’ombre si sveglia, naviga al mio fianco.
Sopra le sfumate alture occhieggia
il trionfo del sole, si decifra
un antico passato che corre a valli
di pace, a sorsi di lidi, di campane
a distesa, di case in fuga lungo le rive
senza più una base.
E va e viene l’eco dei silenzi,
pei tratturi di rovi come dell’onda
la risacca.
Quanto infinito prima d’ogni stella
in questo oceano di terra che mi vide
nascere,
quanto mare prima d’ogni duna.
Niente qui ha un prima e un dopo.
E nessuno è mai solo.
Menzione speciale
• “Ascoltando il cielo” – Francesca Mascolo (10 anni)
Sopra ad un lenzuolo
sotto al cielo scuro
sguardi infiniti mentre volo
ognuno ha un significato puro.
Distesa a guardare stelle
illuminate da voci e canti
osservandole “sono belle”
nella notte svelare i pianti.
Ascoltando il cielo nero
guardando i fenomeni delle stelle
rispettando il mondo vero
ancheggiare con uno spirito ribelle.
• “Ripiego i miei pensieri” – Rosa Serra
Ripiego i miei pensieri
nel fazzoletto di mia madre.
È ricamato ai bordi
con nell’angolo le sue iniziali,
troppo brevi per dire di lei.
Chiudo gli occhi
e mi ritorna nella mente
il suo odore ormai scomparso,
odore della mia infanzia.
Quando lo respiravo
mi metteva prima euforia
e poi una dolce sonnolenza,
un rifugio nel quale
mi rintanavo per lunghi attimi.
La morbidezza del lino,
è quella delle sue mani
che sapevano accarezzare il mondo
e le mie intemperanze.
Mi strofino il volto
col desiderio che ho ancora di lei
e della sua voce,
che svanisce non appena la cerco
nel ricordo.
Ma rivedo sempre nei suoi occhi,
lo sguardo,
che continua ad abbracciarmi.
• “L’alba” – Mariella Belfiore
C’è un tipo di silenzio, che fa più paura del rumore, non è il silenzio di una stanza vuota.
È quello che senti dentro, quando tutto sembra fermarsi.
La reazione è brutale, resto seduta, sopporto la tensione, respiro attraverso il dolore.
L’aria densa di amarezza è un vortice nell’abisso.
La mia anima soffoca nel pianto.
Chiusa in questa scatola di cristallo sento la tua voce mamma… corro da te, sorreggo il tuo corpo, asciugo i tuoi occhi di rugiada, accarezzo la tua pelle, sbiadita come un fiore di loto.
L’ alba non ti porterà via da me.
Sarò per te mamma, il sole che risorge ogni mattina dall’oscurità.
• “Vita” – Nunzia Nista
Dove si è nascosto l’amore?
Nel pozzo, in un baricentro di altezze.
Dove è finito il sorriso?
Dietro labbra di ipocrisia.
Dove si è stabilita la gioia?
In fondo a un mare di tristezza.
Dove è finita la vita???
Sogghigna, spintona nel cuore per farsi sentire ancora.
• “Un vecchio piegato” – Marinita Denittis
Un vecchio piegato
su una cassetta di salicornia
aveva mani che staccavano,
sceglievano,
lasciavano.
Erano come le tue,
nodose e ferme,
con i movimenti veloci e silenziosi.
Riconoscevo
la precisione quieta,
il creare buono
senza sudare rumore.
Ho portato via
non la pianta,
ma il ricordo
del tuo modo di stare immobile
e creare movimento.
Un gesto, un altro ancora:
separare,
tenere,
pulire.
Il tuo addomesticare la resistenza.
Non so togliere le spine,
non so zittire il frastuono.
Mi manca tutto.
Tutto vorrei saper fare e tutto vorrei del tuo fare,
tranne lo sgozzo della gallina:
tranne quel gesto che spegne la vita
con la stessa naturalezza
con cui insegnavi l’amore.
Menzione speciale Inclusione
• “Péje Péje” – Antonietta Lucia Giordano
(Pelle a pelle)
(Titolo in dialetto franco provenzale)
Nella notte sei nato ed un lieve respiro hai emanato.
Valerio ti ho chiamato ma non ti ho abbracciato.
Tra le mura dell’ospedale hai trovato la tua prima casa e per 120 giorni ci hai abitato, una squadra dal cuore grande ti ha avvolto di cure.
Aghi e vene più sottili di un capello, cerotti con troppa colla per una pelle tanto sottile, guanti e mascherine per sfiorare un minuscolo piedino.
Piccolo guerriero, intubato e leggero: 780 grammi di vita prematura,
la tua forza ci ha insegnato il coraggio.
Lacrime versate nei giorni più difficili,
quando la paura sembrava non lasciarci respiro.
Poi la gioia immensa del nostro primo incontro,
pèje a pèje, pelle a pelle, cuore contro cuore:
noi, canguri innamorati della tua vita.
Finalmente a casa per la nuova avventura,
per Valerio conoscere suo fratello è una fortuna.
Tra ansia e speranza, ogni aiuto è una cura: tutti impegnati a prenderti per mano per insegnarti a rotolare, mangiare, gattonare, parlare e camminare.
Una storia straordinaria,
ci hai travolto nel vortice potente della vita dei bambini piuma:
si nasce prima, si cresce prima, si ama prima.

