Premiati XV° ed. – Sezione Prosa

1° PREMIO: “Non sei più, e tutto ancora” – Anna Costanza Russo

Sono tornata a casa tua, ma tu non ci sei. Hai deciso di partire a gennaio, in un insolito giorno mite.
Come una sposa: la messa in piega del giorno prima, l’abito buono stirato, l’anello amaranto custodito dalla fede nuziale, le scarpe col tacco lucidate; e in un angolo, la borsetta e i guanti di pelle. Sul tavolo, la tovaglia di lino ricamata; sulla consolle, rose fresche nel vaso. Ogni cosa parlava di attesa. La casa attendeva ospiti; tu, una partenza.
Ti ricordo fragile, preziosa, e ti immagino avvolta in un abbraccio che rimpiango, trattenuta dalla paura di spezzarti.
Il treno è arrivato. I cristalli del lampadario acceso hanno tintinnato, un dolce scirocco ha inondato la stanza. Il tuo sguardo si è fatto sereno, e quel solco al centro della fronte, familiare misura dei tuoi umori e dei tuoi pensieri, si è disteso.
Sembri finalmente libera: dagli affanni, dai dispiaceri, dalla vita.
Non mi sembri mai davvero partita, colgo nei miei giorni la tua essenza. Sul mio tavolo la tua tovaglia, al mio anulare, l’anello amaranto. Come piaceva a te.
Quando arrivi, mandami una foto di te, seduta sul terrazzo, con lo sguardo al tramonto mentre guardi le rondini tornare.

2° PREMIO: “Il cielo sotto di me” – Federico Giagnorio

La boiserie di perlinato aveva la mia altezza e vestiva le pareti di un’eleganza rustica. I muri in pietra, edificati con antica maestria, mi facevano sentire al sicuro: lì potevo essere me stesso, amato senza dover dimostrare nulla.
Lo specchio dalla cornice in legno era troppo alto. Ne vedevo soltanto il soffitto e le geometrie della luce quando cambiava direzione. Non sono mai riuscito a specchiarmici dentro.
Il peso del tempo fece crollare tutto, ma io, negli anni, sono sempre tornato nella casa di nonna.
Quel posto vive dove il giorno non arriva: nei sogni, dove il tetto regge ancora.
Ci torno per incontrare la parte più pura e intima di me, per parlarmi con la dolcezza riservata a chi si ama davvero.
Ero cresciuto, ma continuavo a non vedermi. E allora piansi, senza oppormi: il corpo sa cosa fare quando la mente è stanca.
Per un istante vidi il cielo sotto di me.
Compresi che uno specchio che non riflette non ha smesso di dire la verità, ero io a non saperla vedere. Che quando qualcosa si rompe dentro, nulla è perduto: è il cuore che trova una finestra.
Ero lì da sempre, ad aspettarmi.
Finalmente riuscivo a vedermi.

3° PREMIO: “Camp’cent’ann” – Mariangela Picucci

L’aroma denso del caffè, sprigionato dalla moka di primo mattino, fungeva da preludio al vero fulcro della casa, la presenza di mio nonno. Seduto sul suo scranno di paglia adiacente alla finestra, egli osservava il fluire del tempo con la placida lungimiranza di chi ha decifrato gli enigmi dell’esistenza, custodendo un’imperturbabile serenità.
Ogniqualvolta mi lasciavo attanagliare dalle ambasce quotidiane o dalle effimere scaramucce del destino, egli posava sul mio capo una mano solcata dagli anni. Il suo sguardo, fiero e benevolo, anticipava l’enunciazione di quell’antico adagio che risuonava come un viatico sapienziale: «Camp cent’ann!».
Lungi dall’essere un mero auspicio di senescenza biologica, tale espressione custodiva l’essenza di una compiuta filosofia stoica. Nell’esegesi che mio nonno ne dava, “campare cent’anni” significava esercitare l’arte del distacco emotivo, preservando l’animo dalle tossine del rancore e dalle contingenze avverse. Ammoniva che l’ira logora l’intelletto e consuma i giorni, laddove l’indulgente rassegnazione e l’ironia ne dilatano i confini. Oggi, nel silenzio della sua assenza, quel cenno dialettale si riverbera come un’eredità spirituale indenne al tempo: un monito a perseguire l’atarassia, per rendere il cammino umano armonioso e, nel ricordo, imperituro.


Menzione speciale

• “Amor vecchio non fa ruggine” – Maria Teresa Barbadillo de La Fuente

La spiaggia del delfino fa parte di un’ampia distesa sabbiosa dove una volta vi ho trovato un cucciolo di delfino. Era arenato e presentava una profonda ferita sul dorso che ne aveva compromesso la sua ancora esile capacità di nuotare. Riuscii a sollevarlo, nonostante il suo peso e la morbidezza scivolosa della sua pelle, e lo rimisi in mare, dove si avventurò con un movimento idrodinamico a zigzag.
Ieri, durante una delle mie immersioni, ho provato una sensazione intensa: il contatto di una pelle turgida, elastica, senza squame, che sembrava accarezzarmi. La sensazione mi ha persino turbato quando ho sentito dei lievi schiocchi e degli strani sibili. Una pelle liscia si muoveva con l’aiuto della graziosa pinna dorsale, impronta distintiva della sua biologia unica. Era un essere vivente che cercava la mia vicinanza e quel contatto fisico mi turbò e mi immerse in un piacere sconosciuto, simile all’amore, al quale mi abbandonai.
Poi a casa, ho allungato la mano verso un’altra mano che mi accarezzava con calda tenerezza, senza immaginare che un’altra pelle mi avesse già accarezzato prima. Il cucciolo di delfino ferito era tornato per lenire le ferite del mio animo. La sua pietà filiale ci teneva gioiosamente uniti.

• “Figli e nipoti, tutto quello che fai non è perduto” – Lucio Toma

Nonno Dante aveva due ginocchia e due nipoti. Le misure combaciavano perfettamente. Uno per parte, le gambe di lui diventavano il posto più sicuro del mondo, quella sicurezza che non si spiega, che il corpo registra a sentimento. E poi c’è era pure quel suo nomen omen a confermarlo: “Dante accomoDante!” – amava dire.
È morto da poco nonno Dante. La casa ha ancora il suo odore. Gli “Affari tuoi” alla tv ora spenta cristallizzano l’immagine di lui, del suo modo garbato di vivere da ospite in un mondo che sbraita e si irrita per un nonnulla. Era un uomo buono, temprato al sacrificio e al dolore, gli stessi che gli avevano procurato la fortuna negli anni del boom economico. Il suo orgoglio famigliare stava nel timbro di voce aumentato a ripetere quel cognome come un marchio di fabbrica inciso nella pietra: “TOMA!”. Ora i nipoti, Valeria e Dante, fanno una cosa che non si erano accordati a fare: da città diverse a volte si mandano messaggi. Magari una foto, tre secondi di voce per rifare un proverbio. E come se cercassero ancora quel porto sicuro, come se le parole del nonno fossero ancora, in qualche modo, quelle sue ginocchia.

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